mercoledì 19 settembre 2007

Il Cielo a Spicchi

IV
L’aria era già umida e carica dell’odore della notte. Il sole ferito a morte cadeva sul mare fiammeggiante, lanciando gli ultimi bagliori di sangue su questa parte di mondo. Il ragazzo in piedi sulla spiaggia lo guardava agonizzare sull’acqua. In una mano una sigaretta, nell’altra una lattina. Col volto baciato da quella luce morente, sembrava pensare cose distanti da quella spiaggia e da quella triste risacca. Il sole si stava inabissando sempre più. Quando non rimase che una piccola falce arancione, il volto cambiò. Aveva capito qualcosa. Sigaretta e lattina caddero dalle mani nella sabbia. Voltò le spalle a quel bagliore che ancora cercava di resistere alla notte, e si incamminò verso la città, coperta da un nero manto stellato.

I
Il sole era una palla che appoggiata all’orizzonte infuocava lo sguardo dei passanti. Chissà perché nessuno le dà un calcio. Jan ne aveva una gran voglia di calciarla lontano, nel buio sopra le stelle, ma adesso aveva proprio fretta e resistette, tirò dritto a testa bassa. Un ciuffo gli copriva sempre l’occhio destro, era il solito che ogni mattino si ribellava al pettine. Allora la mano sinistra planò sulla fronte e in un solo gesto scostò i capelli e cancellò la lavagna dei pensieri davanti al cervello tanto ingombra. Un colpo di spugna che lanciò sull’asfalto i brutti sogni e qualche goccia di sudore. Ad ucciderli ci avrebbero pensato i tacchi dei turisti diretti alla Torre o al Duomo per scattare qualche stupida fotografia.
Jan era il tipo che riusciva ancora a dar poesia a quella Piazza, alla foschia portata dal primo mattino o alla rantolante luce arancione dell’ultimo sole, gli piaceva quando la Morte colora il marmo del Battistero di dolcezza, con quel magico pennello che odora di eternità, o quasi.
Ma non riusciva a dar poesia ai binari. Li odiava con tutto il cuore. Due strisce d’acciaio che brillano e si scaldano anche d’inverno, innaturale direzione obbligatoria di cui l’occhio non riesce a scrutarne la fine, può solo indovinare l’orrore del mistero che nascondono. Devi aver paura che ti assalga. Ma forse era solo perché i binari portano via la gente, Ed ad esempio.

Quel giorno Ed era partito.
Quando trovò il suo biglietto, dopo pranzo, aveva sentito il gomitolo di spilli sobbalzare nello stomaco. Ma poi capì, conosceva bene Ed. Se lo avesse raggiunto in stazione non avrebbe avuto la forza di partire. E poi Ed non voleva essere visto mentre piangeva.
Partire col suo vecchio zaino ormai di un verde sfiorito e sfilacciato era diventata una necessità per Ed. Esattamente come per sua madre lo era aprire la finestra della camera all’alba, per cambiare aria diceva lei, ma che freddo. Anche Ed stringendo quei due soldi che era riuscito a mettere insieme diceva che era per cambiare aria, ma che dolore.
Da solo, con l’ unica compagnia della sua ombra, davanti, dietro, di fianco. Lo immaginava con quella sua amica scura e triste alla luce d’ambra o ai bagliori di un lampione, luci nuove per la sua pelle chiara, e anche lei col suo zaino verde sfilacciato, chissà per quale avvenire. Forse era solo un umore, forse sarebbe passato.
Appena letto il foglio scritto fitto Jan era volato alla stazione, aveva setacciato ogni paio di rotaie, ma Ed e la sua amica erano già partiti.
L’unica cosa che Jan ottenne era il suo respiro.
Al binario nove volteggiava fra i passeggeri e le loro valigie, lo aveva afferrato con la sinistra, al volo come un frisbee. Ma sopra due grosse macchie lo avevano già attaccato. Lo ripulì con cura dal Chanel n.5 di una ricca signora, un po’ anziana, lo aveva spolverato sulla maglietta con attenzione dal gelato alla fragola di un bambino, adesso era pulito, quello era il suo puro respiro. Lo aveva quindi infilato nella bottiglia che stringeva con la destra. Avvitò il tappo con grande cautela e controllò che fosse ben sigillato.
Adesso stava portando quella bottiglia a casa. Sull’etichetta a lettere blu c’era scritto “Odore di Ed”.


II
Dopo la partenza di Ed, Jan era molto triste, non faceva altro che rigirare quella bottiglietta di plastica fra le mani. Ed era una testa matta non aveva pensato a noi, perciò io lo dimenticai subito, ma Jan soffriva ancora per lui come se Ed si meritasse tutto questo, come se avesse avuto il coraggio di affrontare i suoi problemi, come se non fosse scappato abbandonandoci a quella maniera. Così passai più tempo con Jan e lo portavo in giro per consolarlo, gli facevo vedere un pò di gente, un pò di ragazze, ero convinto che gli avrebbe fatto bene stare con le ragazze del muretto.

Stavano tutte sedute sul muretto. Le guardavamo affascinati ogni giorno. Portavano sempre una sorta di divisa, per distinguersi dagli altri, e anche perché a loro piaceva. Indossavano calze lisce e costose, gonne corte di tessuto morbido e vellutato, una maglietta griffata, sulla quale cadono soffici e lucenti, i capelli sciolti e ben curati. Loro però non ci guardavano mai. Avevano occhi solo per i tipi (la versione maschile della loro specie, sì perché si sentivano una specie a sé stante) che vestivano firmati, e inondavano la fresca aria del mattino, o la tiepida brezza del primo pomeriggio, o il piacevolissimo venticello serale, coi loro profumi da ottanta euro la boccetta, versati copiosamente sui loro colli di pelle delicata, o sui polsi fini e aggraziati, propri di chi non li usa per niente.
Noi stavamo seduti sul muretto dirimpetto al loro, tra di noi una distanza che sembrava infinita, fatta di altalene, bambini che giocavano, terra, ghiaia, un po’ di erba che di prepotenza cresceva sotto le scarpe dei passanti, idee, rancori, antipatie. Ma lei, lei era diversa. A vederla non si sarebbe detto, perché si comportava esattamente come il resto del branco. Ma questo era quel che lei voleva far vedere, dentro, lei era una di noi. Quel giorno ero particolarmente di buon umore. Infatti avevo raccolto io la piccola margherita, e la tenevo in bella mostra tra le mani, come se la volessi scaldare, o guarirla da quel suo sgualcito afflosciamento.
Già mi dirigevo da lei con l’animo del vincitore e quello del creditore a braccetto, con quel fiore in pugno, quando vidi Jan che si cucinava il fegato. Capii che voleva lui la margherita. Certo anche gli altri la volevano, ma lui la voleva in maniera diversa. Era un desiderio più intenso, uno di quelli che ti si conficcano nello stomaco e rodono, mangiano, uan cancrena. Quello che feci di conseguenza mi costò uno sforzo disumano, e Jan lo sa.
Cambiai direzione, mi fermai davanti a Jan e gli diedi il fiore. Lo prese come un annegato afferra un tronco galleggiante e corse da lei, in bagno.
Mentre aspettavo che finisse per tornare a casa, pensai a tutto meno che quella fu la fine di Jan, perché quel giorno si innamorò di lei, Martha.

Sull’amore di Jan si poteva dire di tuttto meno che non fosse sincero.
Si vedeva dagli occhi, si sentiva dall’inflessione della voce quando parlava di lei, persino la pelle sembrava mutare verso un colore più luminoso. Jan non era più lui, perché il suo corpo aveva cambiato padrone, ma soprattutto il suo spirito non gli apparteneva più. Aveva regalato a lei le cose più care.
Ma come può un uomo chiudersi in un pacchetto regalo e dedicare ogni energia di ogni istante di vita ad una donna? Ad annullare il proprio senso del tempo e dello spazio solo per produrre emozioni alla donna che ama?
Dante sulla scia di luce degli occhi di Beatrice saliva a Dio, Petrarca perdeva se stesso fra i capelli di Laura sparsi, Boccaccio vomitò un fiume d’inchiostro e Leopardi maledisse Natura e Signore con Aspasia nel cuore, perché è tanto difficile dimenticare? Amiamo ancora come il primo giorno colei che ci ha trafitto cuore e anima, colei che ci ha inflitto pene da martiri dannati alle fiamme.
Eppure Jan amava Martha, Martha che fece di tutti gli uomini l’uomo della sua vita. Non doveva innamorarsene, gli dicevamo tutti.
Ma Jan voleva rivederla, non sentiva altri bisogni che quello. Cominciò a cercarla ad ogni incrocio, in ogni angolo o locale della città.

Lui da una parte, lei dall’altra. Fra di loro il lungo dorso di una zebra schiacciata dai bus e un semaforo rosso. Non potette evitare quello sguardo idiota di chi vorrebbe ma non riesce, e quando si rese conto che avrebbe voluto mantenere un alone di mistero e di stile, la mano era già a mezz’aria in un volo goffo per salutarla.
Lei sorrise. Qualcuno spense le luci. Una palpebra si chiuse sul resto del mondo, umile spettatore. Solo lei splendette bella e incredibile in un fuoco fatuo.
Scattò il verde. Pipipipipì il mondo si animò. Pipipipipì la gente svelta in un moto frenetico.
Cosa gli dico, pensava Jan, ciao, come stai, hey, hoy… hoy. Sìsì, hoy suona benissimo. Ora gli dico hoy, ora gli dico hoy. Quell’attimo volò planando sulla zebra, e quando era certo di cosa doveva dire lei era già alle sue spalle. L’aveva lasciato con un ciao più sorriso. Uno di quei ciao col sorriso che si fanno quando saluti uno e tiri dritto.
Così finì il suo secondo incontro con lei. Lei come un sogno, lei la bellezza, lei di perfezione e malinconia; lei, un suono nella valle. Lei e quello che avrebbe voluto fare con lei. Passeggiate stretti stretti, un piede dopo l’altro, o naso a naso su una panchina in piazza della Libertà.

Da amico consigliai a Jan di non andare all’appuntamento. Gli dissi di scusarsi e di non rivederla più. Ma Jan era innamorato come un folle e non si rendeva mica conto dell’avvenire.
Secondo me Martha era una di quelle donne che non avrebbe mai capito in tempo che un giorno sarebbe invecchiata, e sarebbe allora rimasta sola. Un giorno la sua bellezza avrebbe conosciuto l’inverno e tutti i suoi uomini sarebbero andati a posarsi su un altro fiore, quegli uomini che l’amavano per una notte o per un caldo pomeriggio d’estate.
Solo Jan avrebbe continuato ad amarla per sempre, per come era. I suoi sentimenti erano più che nobili, ma erano per un’altra donna, per una donna che sapeva accoglierli.
A questo punto Jan mi guardò con occhi torvi da corvo nero. Amore e Odio sono due vecchie amiche che passeggiano a braccetto. Così il mio amico se ne andò da lei, sputandomi contro accuse di invidia e gelosia.
Non sarebbe tornato indietro. Perciò non mi rimase che accendermi una sigaretta sperando che Jan trovasse rifugio dalla valanga. O magari mi sbagliavo, chissà.

Pioveva. Ombrelli, farfalle di mille colori, un fiume in piena nella strada bagnata. E lui fermo, sulla panchina di piazza della Libertà. Una farfallina blu si stacca dalla corrente e volteggia sola.
Si ferma davanti a lui. E’ bella, è mora, è lei.
E ne ha di cose da dirle questa volta. Iniziò:

La giapponese rise, con i semi in mano
Poi con un gesto lieve in aria li gettò

Gli sembrava geniale. Era tutto perfetto, anche la frase. Sapeva che ferma, lì, non sarebbe stata se non fosse stato tutto perfetto. E quella mora, scarpette a ballerina e un cappello verde, davanti a lui; c’era un motivo.
Gli rispose, e fu una magia.

Al volo di piccioni che planando piano
Nananana al suolo si allargò

Neanche lui aveva mai capito cosa diceva Guccini in quel Nananana. Quali parole, volutamente dette piano, mangiate, sospese. Però doveva essere una cosa molto colta. E quella erudizione mancata era un legame fortissimo.
Il fatto che fosse ubriaco facilitò di molto le cose. La birra era diventata una forma di coerenza, di rispetto nei confronti della sua post-adolescenza insipida e vuota.
Quando attaccò a cantare sottovoce la primavera del ’59, Lei sorrise di nuovo. Ecco, s’inceppò ancora a quel sorriso infinito e bianco. Era meglio di Scirocco fatta live, era meglio della chitarra degli Artic Monkeys portata sotto il mento, con la tracolla corta. Era meglio della sinfonia per chitarre di Police and thieves. Altro che Clash, il rock degli anni ’70 perse ogni senso. Non c’era Jethro Tull che teneva.
Le bottiglie vuote di birra sotto la panchina non gli davano un bell’aspetto. Ma magari aveva un suo fascino, Lui. O così credeva. Lui.
Finì sussurrando un andiamo dai, magari capiamo qualcosa.

III
Le goccie di pioggia che scendono lungo il vetro non fanno più rumore dopo il ticchetìo dell'impatto. E Jan le osservava incantato, erano belle come le lacrime calde degli innamorati.
Ecco che ne scende una. Ha i riflessi di giornate con lei a rincorrersi nei campi fuori città, immersi nell'oceano giallo delle spighe che cantavano sotto il vento.
Cade giù la seconda goccia, forse inizia a piovere davvero. Dentro ci sono le ore in attesa di rivederla, sogni tormentati, passeggiate nervose, sigarette fumate con avidità feroce, poi finalmente arriva e forse nasce l'amore anche in lei.
La terza goccia cade. I baci e le carezze sulle panchine, finalmente naso a naso, le parole d'amore che credeva non l'avrebbero mai più lasciato.
La quarta goccia cade pesante e scorre giù veloce. L'amore nel suo letto fra caldi abbracci e quella coperta ormai arrotolata intorno a loro due.
Un’altra. I progetti, le illusioni di un avvenire ancora insieme, contro la vita e la morte e le difficoltà, uniti e invincibili, non sembrava potesse finire così.
Si perse sotto la finestra e cadde un'altra goccia. Gli ultimi giorni in litigi e quell'altro fra loro, l’ultima notte, e l’addio.
Adesso pioveva di una pioggia lenta e triste come una malinconica sinfonia e i ricordi si confusero nella bufera. Sembrava quasi di vedere i pacati volteggi della bacchetta del maestro sullo sfondo delle nuvole grige, ma per Jan c’erano solo quelle ore con lei che scorrevano via, via sotto la finestra, un piccolo torrente sulla strada.
Io so che tutto successe ad una festa. Era finita così come era iniziata, come un colpo di vento che entra dalla finestra, fa un passo di valzer nella camera e torna a soffiare fra le case e le cartacce della città.

Alla Festa Grande c’era tanta bella gente. Si beveva e si fumava tutti insieme. La casa era grande e lucida, anche se voi la vedreste lurida, per quel che c’era dentro di così poco convenzionale. Tra tutta quella gente c’era anche Lei. E quella era la sola ragione della sua presenza. Altrimenti mica ci sarebbe andato. Non se lo sarebbe mai sognato d’andarci.
Non aveva amici là dentro, anche se sulle ali dorate dell’alcool ha parlato a molti, non sa più di cosa, si diventa così amici per una sera, poi domani nessuno ha voglia di rivedersi, o si dimentica di averne.
Tutto sembrava filare liscio, e lei così accaldata dalla sbornia sempre più avvolgente, era scollata e la pelle sudava tra i seni sodi. Era tutto inebriato e le parole gli uscivano così facilmente come il gelato al cioccolato cola sul vestitino lindo d’un bambino troppo lento a mangiarlo, quando accadde la terribile sciagura. Eppure sembrava tutto così perfetto.
Un maledetto biondo occhi azzurri fisico d’atleta oscurò Jan, e romantico come uno stronzo Romeo, le fece certe moine ottocentesche tanto che lei si lasciò scivolare tra le sue schifosamente forzute braccia.
Jan si sente morire e qualcuno misericordioso gli porse l’amata vodka, che prontamente scolò finchè cadde come solo un corpo ubriaco può cadere.
Si risvegliò, e la festa era ancora al culmine, su un divano. Doveva decisamente vomitare come gli suggeriva quello strano sconvolgimento interno, che non era solo l’ira funesta dell’innamorato abbandonato.
Barcollando, evitando gli etilici ostacoli umani, vuotando qualche bicchiere a qualcuno, comunque troppo debole per protestare, fino alla porta che era convinto essere quella del bagno. Entrò. Era socchiusa, poteva essere il bagno…
Invece…
Invece era una camera da letto. E non era vuota. Sul letto c’era Lei. Nuda. Sembrava addormentata e invece dal torpore lo chiama, non col suo nome, ma con quello dell’idiota biondo. Chiese a Jan se stava meglio e di tornare da lei. Il biondaccio doveva essersi sentito male…
Era un’occasione d’oro, non avrebbe dovuto, lo sa, ma era ubriaco. E non doveva più neanche vomitare.
E’ stato così che chiuse la porta a chiave, si spogliò e si mise a letto con lei.
Passò la notte.
Quando il sole nasce lontano corre veloce alla finestra addormentata. E’ ancora giovane e incurante del tempo, non l’ha ancora capito che prima di notte verrà ucciso. Ingenuo bambino, entra nella stanza e scaccia con le sue risa da angelo birichino l’ultima oscurità rimasta.
Quella mattina raggiunnse il volto di lei, sulle sue guance si rincorse e dietro al naso così dolce di sonno si nascose.
Mentre a lui costrinse ad aprire gli occhi, a godere di quel gioco e lo invitò a prenderne parte.
Ma Jan non potette, dovette alzarsi, vestirsi e partire, per dove non lo sapeva, ma non sarebbe tornato.
Poi anche lei avrebbe aperto gli occhi al sole, la differenza è che per lei tutto sarebbe stato come prima.
Per lui invece, solo, una gola annodata da sciogliere col pianto.

IV - Fine del Sogno
Sulla spiaggia, che correva ormai verso la sera, c’erano le ultime famigliole felici che non avevano voluto rinunciare a quel poco sole rimasto. Un bambino piangeva per la sabbia dispettosa finita in un occhio. Un altro correva sulla riva pestando i piedi sull’acqua della battigia.
Madri e padri riponevavo giocattoli e asciugamani negli zaini, con un occhio ai piccoli.
Gli operatori del comune trascinavano via l’incredibile quantità di rifiuti accumulati in un giorno di mare. I gabbiani sorvolavano il tramonto, sporcando di rosso sangue le piume bianche.
Quello era il tramonto che Jan avrebbe dovuto vedere con Martha.
Il sole agonizzava davanti ai suoi occhi, alla lattina di birra e la sigaretta stretta fra indice e medio della sinistra. Aveva capito.
Mentre il sole gettava gli ultimi raggi su quella parte di mondo, Jan capì che Martha non sarebbe venuta all’appuntamento, chiudendo definitivamente la porta dietro le sue spalle. Da quell’istante Jan era chiuso fuori.
Avvertì le lacrime affacciarsi sul viso, lasciò cadere birra e sigaretta e voltando la schiena all’orizzonte orfano del sole, si diresse nella città coperta da un sudario prezioso di stelle.


V - Da Dentro

Trovai un foglio arrotolato infilato nella riga della portiera della mia macchina. Era del mio amico Jan.

La birra sa mantenere certi segreti. Lei non mente mai. E non ha bisogno che i tuoi genitori ti dicano di fare il bravo, che certe cose degradano. La birra è sempre lì. Cosa gli puoi dire? se non “ti amo”, “Come farei senza di te?”. La birra è al femminile, sì, ma lei non ti tradisce mai. E’ davvero una luce di coerenza. Un saggio di eternità, la mancanza di finitezza. La mancanza di falsità.
E come dice Sandro, “dai, in fondo, potrebbe essere divertente!”.
Il mio amico Sandro è un tipo strano. E’ uno di quelli che è sempre lì, che non gli daresti 2 centesimi, ma davvero è uno di quelli sempre lì. Uno che quando hai bisogno c’è, e sai dove trovarlo. E non vuole niente! È lì e basta. Sandro… è come la birra. Sìsì Sandro è uno che si commuove e sa apprezzare certe cose. Sandro è uno di quelli che ti guarda e capisce. Sì capisce davvero. E’ uno di quelli che non diresti che è estroverso. Eppure non tutte le cose belle sono egocentriche. Sandro non vuole niente in cambio. Sandro è una puttana gratis.
E questa cosa è decisamente positiva.
Corri per la strada, quando Pisa è notte, e scegli la fortuna sapendo che fra le botte saprai la via migliore tra le cose anguste e le strade peggiori.
Bollicina, bollicina, bollicina dopo bollicina. Una dopo l’altra, pari, e dispari al consenso. Primi e composti i numeri delle bolle si arrestano al senso. Fermat narra il senso, ferma la regola al bordo del mondo. A alla P meno UNO è composto di b. Modulo P.
E adesso è solo un precipizio.

Anche Jan se ne era andato, proprio come Ed. L’unica cosa che ha lasciato dietro di sé sono queste parole.

VI – In Viaggio
Jan era come un bambino che quando vuol dimostrare forza e coraggio dà tutto se stesso alla sua missione. Dove l'uomo vede pericoli e insidie, il bambino non se ne avvede per questo riesce dove l'uomo si arrende. Jan ormai aveva tutto da dimostrare e niente da perdere. Perciò lasciò tutto il già conosciuto alle spalle.

Jan arrancava lungo la salita, scivolava sulle pietruzze aguzze e si aiutava con le mani e sudando saliva alla conquista della cima. Erano giorni che vagava senza meta, inoltrandosi a piedi nel bosco che si estendeva per chilometri a sud della città. Non aveva la benchè minima idea di cosa si celasse nel bosco.
Ecco la cima e i primi vecchi alberi. Timore reverenziale di fronte ad una vita così antica e ostinata, querce e castagni silenziosi nel contare il passaggio di secoli. Non era un ambiente rassicurante, così scuro anche di giorno. Ma Jan si fece coraggio e entrò nel grembo selvaggio ma trasalì all'improvviso mormorare delle foglie che il vento faceva cantare. Scavalcò le gigantesche radici affioranti e i tronchi morti, affondò le nike nel sottobosco. Gli uccelli sui rami cinguettavano di felicità alla primavera appena iniziata.
Sembrava più facile del previsto. Jan avanzava con agilità ma senza fretta, il mondo del bosco era tranquillo e vitale. Ma un odore forte capace di attraversarti le viscere lo colpì caldo in pieno volto. Il cranio di un animale divorato da vermi e mosche lo guardava con la fissità della morte. Jan impallidì. E mentre osservava quel teschio, un rumore alle sue spalle lo spaventò a morte. Fuggì
Corse, corse come mai in vita sua. Inciampò, cadde e si rialzò in una frazione di secondo. Le foglie scure lo schiaffeggiavano e i grandi alberi lo osservavano con severità. Jan corse col cuore in gola poi il sole lo ferì come un pugno ben assestato in piena faccia. Aveva attraversato la forsta e un grande spazio brullo lo accolse.
Si lasciò cadere sull'erba sfiancato e col fiato grosso, la faccia a guardare il sole di luglio.
Dopo un poco Jan si alzò a sedere, ma si sdraiò subito e rotolò carponi. Avanzava adesso come un soldato in agguato e osservò meglio quel che aveva già visto un attimo prima. Proprio alle pendici della collinetta in cui si trovava.

Le vecchie carrozzerie tirate a lucido specchiavano il sole e saettavano accecanti bagliori. La gente lavorava dintorno, chi portava legna per l'inverno, chi coltivava verdure, chi portava il gregge al pascolo. Un fabbro foggiava attrezzi da lavoro. Una donna invece preparava in un pentolone enorme della conserva di pomodoro. I bambini giocavano a rincorrersi. I vecchi parlavano fra loro seduti sotto l'ombra di un grosso albero.
Jan osservava tutto con attenzione senza capire.
-E tu chi sei?- Un bambino gli si fece incontro. Lo avevano visto.

VII – La società dell’Infosso
Matteo andò verso il confine della Società per recuperare la lepre colpita a morte dalla freccia del padre. Quello sarebbe stato il pranzo di qualche giorno dopo. Ma mentre raccoglieva l’animale vide un estraneo osservare dalla collinetta prima del bosco il loro Infosso. Il bambino non aveva mai visto uno straniero, ma non ebbe paura perché l’aspetto del visitatore era rassicurante. Un ragazzo con i capelli scompigliati e due occhioni stupiti. Così gli si fece incontro e gli chiese chi era.

In una delle piccole abitazioni ma più decorata e ben tenuta viveva la famiglia più antica e perciò la più nobile e rispettata della comunità. Lì viveva anche Nonno Nando.
Il vecchio si avvicinò al finestrino per raccogliere tutta la freschezza della notte appena nata. Lo straniero era stato condotto nella sua vettura.
-Come ti chiami, ragazzo?-
Jan era stato tutto il giorno rinchiuso in un’auto-civetta, in arresto.
-Jan, signore-
-Figliolo togliti dalla testa quel signore. Piuttosto ti prego di accettare le mie scuse, come capo di questa comunità. Sai Sebastiano teme molto spie di un qualche nemico che vorrebbe conquistarci…- Nonno Nando terminò la frase allargando le vecchie braccia nell’abitacolo del Discovery Land.
In quel momento entrò Rachele, l’anziana compagna di vita di Nonno Nando, con la cena.
Jan si sentì molto più tranquillo dopo il brutale arresto d Sebastiano, armato di coltelli e machete. Adesso nella mente gli frullavano mille domande su quella gente. Dopo cena chiese al vecchio la loro storia, ma i nipoti, con la più che perdonabile sfacciataggine dei bambini, erano già lì intorno a lui a reclamare una novella, non una qualsiasi, bensì la favola della nascita del mondo. Il nonno sorrise benevolo sapeva che c'era altro da vedere, sapeva che l'Infosso non era tutto il mondo.
Era l’occasione per far sapere tutto a Jan, e con la bontà e la pazienza dei nonni si apprestò a raccontare l'usata storia della società dell'Infosso. Si abbandonò sul sedile di pelle cercando la posizione più comoda possibile e iniziò. Jan era impegnatissimo ad ascoltare, rapito da quelle parole arrotondate dal tempo al lavoro da tanti anni.

Quando avevo ancora i capelli rossi e portavo la barba avevo diciott'anni e questa jeep e venni qua in un giorno di sole che seguì un temporale...

Intanto in una casa più modesta seppure bella il vecchio Sandrone prende un pizzico di tabacco e la pipa che Don Raffa gli regalò ormai molti anni fa. Ne andava molto orgoglioso perché Don Raffa la intagliò col vecchio castagno che seccò durante la tremenda siccità del ‘15. Il fumo saliva lieve mentre la notte avanzava. Claudio tornò coi piatti puliti, era il suo turno quella sera. Senza dire niente prese l'ultima birra della giornata e si sedette accanto all'antico compagno, in quel modo si sentivano meno vecchi.
-Ricordi, Cla...ricordi quando Raffa...-
Eccolo Raffa al finestrino che bussava come un indemoniato. Era ubriaco come spesso da 40 anni a questa parte, cosa vorrà stavolta? Troppi anni e troppo vino giù per gola il vegliardo sacerdote non riusciva ad articolare le parole come nella pazza gioventù, ma la sua agitazione andava al di là di quella dell'ubriaco. Non faceva così da quando il vecchio Franco abbattè quel cinghiale da 200 chili e mangiarono carne per un mese. Qualcosa di straordinario stava per accadere.

...ero più grande di voi ma ancora ingenuo e non lo sapevo Volevo solo una giornata solitaria lontana dagli altri uomini, bambini. Fu cosìchke giunsi qui e qui mi infossai. Le ruote non si vedevano più sommerse dal fango, come non si vedono oggi. A niente valsero i miei sforzi per liberarla...

Franco non ci credeva molto. Forse per questo non era infelice come noi che cercavamoo quel che avevamo perso. Si era adeguato perfettamente. Col suo orto sfamava la sua famiglia, Claudio e Sandrone.

...poi arrivarono a cercarmi Sandro il savio e Claudio il buono ma anch'essi si infossarono. E li vedete lì a fumare come ogni sera da quel pomeriggio del 3 gennaio 2007...

-Sentite?- si rivolse Don Raffa ai due vecchi. Si sentiva il ruscello cantare fra i sassi.
-Il ruscello?-
-Ma no! Ascoltate bene- i due si guardarono. Aveva dell'incredibile.
-Dobbiamo chiamare gli altri- fece Claudio.
-Vuoi dire Franco. Nando è troppo rincoglionito ormai- Claudio corse da Franco e il curato accese un grosso cero. Poi si inginocchiò.
Sandrone ci credeva più di Franco ma meno di Claudio. Raffa invece ciecamente ma chi poteva più di lui che era il sacerdote.
-Il giorno della liberazione dal male è giunto. Ecco la luce che uccide le tenebre e mette fine a questi tempi bui- quella sera che era ubriaco era particolarmente invasato ma a 60 anni superati si è tutti più comprensivi e tolleranti, così anche Sandrone si prostrò davanti alla vecchia ruota di trattore.
-Trattorista nostro signore i tuoi servi ti ringraziano d'aver ascoltato le nostre preghiere- Rumori di passi. Claudio era tornato con Franco. Il prete gli corse incontro.
-Senti Franco? E’ la volta buona. Su vai di casa in casa e guarda che ognuno faccia i bagagli. Si torna al mondo!- Franco senza una parola si sedette.

...arrivò anche Franco con la panda 4x4. Voleva salvarci e invece la vedete l,ì accanto alla nostra, la sua macchina. L'ultimo dei padri fondatori arrivò a sera. E’ Zaccone che vedete là fuori sta fumando e fa sempre dei gran viaggi sulla sua sedia a dondolo di quercia. Molti bambini ora adulti sono suoi figli illegittimi...

-Ascolta Raffa- Tutti lo chiamavano Don ma a loro suonava strano, a loro che lo conoscevano da molto prima del 2007.
-Ascolta Raffa forse è il caso di aspettare. Meglio esserne certi prima di fare il trambusto dell'altra volta- Già! fu un disastro nel '33 quando dovemmo dire a tutti coi bagagli alla mano che Don Raffa si era sbagliato.
-D'accordo- acconsentì Raffa.
Così si misero tutti comodi nella casa/tempio del curato. Dopo un pò Don si alzò e stappò una bottiglia di vino che prontamente offrì a tutta la compagnia e nessuno escluso ne bevve. Proprio come da giovani, alle feste.

...questo è il nucleo primo, i Padri. Ci mettemmo qua ad aspettare di essere salvati. E arrivarono in molti per caso chi durante una gita domenicale chi si era smarrito chi stava scappando chi per gioco e tutti rimasero bloccati dal fango e la nostra comunità si allargò molto. Franco ha trovato moglie, come me, Claudio e Sandro vivono insieme come durante l'università, Raffa trovò la fede nel divino trattorista...

La notte si consumava lenta ora dopo ora e la speranza nei cuori dei tre vecchi campava ancora. Don Raffa aprì un'altra bottiglia poi ancora una e un'altra fin che i vegliardi caddero addormentati sui sedili come in gioventù, come se fosse ancora inizio millennio e non il 2049. Non si accorsero che il suono divino si allontanava. Di nuovo. Era il solito falso allarme, nessuno stava venendo a salvarli e nemmeno il loro dio Trattorista aveva fatto niente per loro.

...imparammo a cavarcela ripartendo da zero. Il progresso ricominciò e siamo qua da più di 40 anni.

Ma i bambini si erano già addormentati da tempo.

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